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mercoledì 13 febbraio 2013

Nuvole



Un racconto per ragazzi

a Federica, mio immenso amore, e a Francesco, ovunque tu sia.

Il cavallo correva, leggero e libero come una nuvola, la sua immagine si stagliava sui profili delle colline. Correva controluce ed era una presenza viva ed integrata nella natura incontaminata. Cambiava colore con il cambiare del tempo, con l'alba, il tramonto e con il susseguirsi delle stagioni. Correva, correva e non aveva padrone. Mangiava erba e quando si fermava i suoi occhi riflettevano i panorami della campagna. Tra la folta criniera aveva una rosa.
Due bambini giocavano in riva ad un torrente. Francesco aveva portato una barchetta a vela e Federica si divertiva a lasciarla scivolare sull'acqua. L'avevano legata ad un filo, così ogni volta che con la corrente s'allontanava potevano riportarla a riva. Si sdraiavano sull'argine del torrente e, con la testa in giù, osservavano lo scorrere dell'acqua, la vita al suo interno. Cercavano di prendere gamberetti o piccoli pesci che con guizzi veloci sfuggivano comunque alla loro presa. Ridevano dei loro giochi semplici.
Avevano la fortuna di vivere in un piccolo paese alle pendici di una montagna altissima, dove l'aria era sempre pulita e fresca. D’inverno si ammantava di neve, ma a primavera, gli alberi ed i prati si riempivano di mille colori e profumi e le automobili sfrecciavano lontane, sulla statale che portava lontano. Ogni tanto guardavano il cielo azzurro, seguivano le nuvole con lo sguardo e cercavano di interpretare le figure che assumevano. Ora gli sembravano dei draghi, ora delle bolle di sapone e ancora delle facce buffe. Il mutare così repentino, l’allontanarsi, il trasformarsi, delle nuvole, li affascinava e passavano delle ore a seguirle. Il pesco fiorito si rifletteva nell'acqua del torrente, a formare l’immagine di un quadro, ed i bambini, con piccoli rami, agitavano l'acqua per formare nuovi e strani disegni.

Nel silenzio di quella fresca mattina di primavera, all'improvviso, sentirono un rumore di zoccoli. Si voltarono, la loro sorpresa fu grande, il cavallo li guardava, lucido per la corsa, scuoteva la testa e nitriva, sembrava sorridere. Si alzarono lentamente, timorosi si avvicinarono, tesero la mano, e il cavallo abbassò la testa affinché potessero accarezzarlo. Con stupore notarono la rosa tra la criniera. Era una rosa particolare, di un colore che i bambini non sapevano definire e cambiava con i movimenti della testa del cavallo, ma la cosa più straordinaria era il profumo che emanava, un profumo unico, di vento e di libertà. Il cavallo stesso sembrava essere lo spirito del vento.
“Come si chiamerà?” Si chiesero i bambini. Poi fu Federica ad avvicinarsi, senza timore, e, come ispirata domandò “Ti chiami … Libero?”. Il cavallo  mosse  nuovamente  la testa, come per annuire, si piegò sulle zampe anteriori e con un movimento rapido li invitò a montarlo. Salirono senza alcuna difficoltà,  Francesco afferrò saldamente la criniera e Federica salì dietro.
Libero cominciò a camminare prima piano e poi subito al galoppo correndo lungo la valle. 
Ai  bambini, felici, sembrava di volare.
Lasciarono rapidamente la montagna scesero lungo le dolci colline,  attraversarono pianure, ponti, vicoli stretti di paesi a loro sconosciuti, con un fragore di zoccoli sulle antiche pietre.  Si infilarono in boschi straordinari e fitti di vegetazione, tra incredibili sfumature di colori e suoni, canti mai  uditi,  voci di uccelli variopinti, che volavano bassi fino a loro e poi con un impennata risalivano per scomparire tra le foglie. I raggi  del sole  bucavano le  fronde degli alberi ed illuminavano la rosa, del cavallo, tra la criniera, al vento.
Giunse la notte, una notte serena illuminata da milioni di stelle. Arrivarono in riva ad un lago e, in lontananza,  sui colli, si scorgevano le luci dei paesini arroccati. Libero si fermò vicino ad un albero dalle fronde larghe, un albero da frutta, e si avvicinò, in modo che i bambini potessero raccogliere quei frutti succosi e poi, lentamente, li fece scivolare dalla groppa. Francesco e Federica mangiarono con avidità e soddisfazione e subito si addormentarono, tenendosi per mano. Libero, in piedi, accanto a loro, con il muso basso, vegliò il loro sonno tranquillo.
Quella notte fu breve, sembrò trascorrere in  un soffio.
Al primo sorgere del sole, in un cielo velato di rosa i bambini si svegliarono e sorrisero al loro nuovo amico, pronti a partire per un altro viaggio, per un’ altra straordinaria avventura.
Osservavano, con meraviglia, tutto quello che il loro sguardo, lungo la corsa, riusciva a cogliere, non c'era bisogno di parole, tutto era perfetto e fantastico, la natura appariva loro ancora più bella di quanto non fossero già abituati a conoscerla.
Correvano tra prati verdi, pieni di fiori profumati e colorati, attraversavano  altri paesi e le persone che incontravano sorridevano e li salutavano, come se il loro passaggio fosse del tutto naturale ed atteso. 
In lontananza scorsero il tracciato di una grande strada, si distingueva perché il  verde dell’erba era diverso dal verde dei prati circostanti. 
Più si avvicinavano  più la strada diventava larga, immensa e maestosa. Francesco, in un lampo, capì  dove erano giunti, perché improvvisamente si ricordò dei racconti del nonno, le sere d'inverno, seduti davanti al caminetto.
“Guarda Federica quello è un tratturo! Ricordi? Il nonno ce ne ha parlato molte volte!”
Il nonno, con la pipa di terracotta e di canna, raccontava dei lunghi viaggi, che ogni anno affrontava, su quelle grandi strade d'erba.
Non tralasciava nessun dettaglio, perché parlava della sua vita, del suo lavoro, delle sue origini, la storia del suo popolo. “Partivamo ai primi freddi dell'autunno con le nostre greggi, lasciavamo a casa le mogli, i figli, ma soprattutto il cuore e, dalle nostre montagne, scendevamo alle pianure dove trovavamo un clima più mite ed erba fresca per i nostri animali. Anno dopo anno, giorno dopo giorno”-  raccontava il nonno. “ripetevamo sempre gli stessi gesti e percorrevamo gli stessi paesaggi. La mattina, all'alba, mungevamo le pecore che si accalcavano e belavano continuamente, come se sentissero la necessità di liberarsi del latte fresco e odoroso che abili mani avrebbero presto trasformato. Poi un pò di pane duro, bagnato nell’acqua, e un pezzo di formaggio. Vostra nonna, prima di partire, metteva nel mio tascapane anche qualche pezzo di lardo e di salsiccia, ma li mangiavo solo qualche volta, magari in un giorno di festa. La pensavo sempre e avevo una grande nostalgia, sola ad accudire i figli e la casa, a fare tanti sacrifici, per mandarli a scuola e vestirli la domenica come principini.”
Ricordavano, ora, i bambini quei racconti che uscivano dalla bocca del nonno, quasi con sofferenza, ogni tanto, infatti, si stropicciava gli occhi con il dorso della mano e loro abbassavano lo sguardo, fissavano il fuoco e per un pò c'era silenzio. Poi il nonno riprendeva con i ricordi. “La sera si riportavano gli animali negli stazzi e noi pastori, ci radunavamo per accendere il fuoco e preparare una minestra calda, fatta con le poche verdure, raccolte ai margini dei tratturi. Avvolti nelle nostre cappe, coperti con i cappelli a larghe falde, ripetevamo gli stessi gesti, una carezza ai cani, a volte, se la stanchezza non era troppa, si raccontava qualcosa, storie di fantasmi o di streghe. Oppure un pastorello suonava uno zufolo, appena intagliato, e poi a dormire, accovacciati sotto l’ombrello per ripararci dalla rugiada,  mentre il fuoco lentamente si spegneva.  Ma il sonno dei più anziani non era mai tranquillo, c’era sempre  qualcuno che dormiva con un occhio solo,  per controllare  le  pecore e gli asini”.

La corsa di Libero continuava. Ora lungo il tratturo, ora tra valli. Ogni notte si fermavano sotto il cielo stellato ed infinito, colorato di un blu intenso e profondo, e non avevano mai paura. Anche la notte regalava loro cose e creature fantastiche da scoprire, incontrare e conoscere.
Ancora i bambini ricordavano i racconti “Quello che noi facevamo ogni giorno, l'avevano già fatto i nostri padri e prima ancora i nostri antenati, i Sanniti. Un popolo eccezionale, fiero, orgoglioso. Certo erano soltanto dei poveri pastori, e sono stati proprio loro ad insegnarci a fare i nostri grandi formaggi, ma erano anche pronti a difendere il loro territorio e per questo furono anche dei grandi guerrieri. Sapete bambini, quando avevo un po’ di tempo, tornando a casa, mi facevo leggere, da vostro padre, i suoi libri di storia. Tre guerre hanno combattuto, i Sanniti contro i Romani, ma questi erano molto più forti e alla fine li hanno sconfitti e di loro, ormai, non restano che poche tracce.”
“Ma nonno, noi l'abbiamo visto un Sannita!” rispose prontamente,  una volta, Francesco “ siamo andati a fare una gita e abbiamo visitato una antica città romana e, su una grande porta di pietra, abbiamo visto un uomo incatenato. Papà ci ha spiegato che l'avevano scolpito proprio i Romani per mostrare a tutti che quel popolo era stato sottomesso.”
“Già…” riprendeva il nonno “....sottomesso, ma la voglia di essere indipendenti, montanari e fieri è rimasta e ce la porteremo dentro per sempre. Anche voi due dovrete sempre essere fieri della vostra terra…quella grande porta di cui parlate era stata costruita proprio su di un tratturo…era l’ingresso ad Altilia..., ed io ci sono passato tante volte con le mie pecore, ....”
Poi recitava alcuni versi di una poesia, ma li sussurrava quasi sottovoce, come se, in fondo, appartenessero solo a lui, “...e vanno per tratturo antico al piano; quasi per un erbal fiume silente, sulle vestige degli antichi padri... pensate, anche un poeta ha scritto dei miei tratturi, ora non ricordo più il suo nome, voi lo studierete sicuramente a scuola,  era di un paese lontano dal nostro, ma doveva avere un grande rispetto...”

I giorni si susseguivano, i paesaggi che attraversavano erano bellissimi. Federica e Francesco, si nutrivano di vento. Erano dimentichi di tutto, della famiglia, dei compagni, sembrava vivessero in un'altra dimensione. Quando incontravano altri animali o altri cavalli li salutavano gioiosi, scendevano dalla groppa di Libero e si fermavano a parlare con quei nuovi amici, in uno strano linguaggio che solo loro erano in grado di comprendere. A volte altri cavalli li affiancavano nella loro corsa  e via tutti insieme, nel vento e nella libertà.
Ad un certo punto del loro viaggio, il paesaggio cambiò, cominciarono a costeggiare una grande strada asfaltata, le macchine vi sfrecciavano in un assordante rumore che riecheggiava  anche a distanza e poi, in lontananza, cominciarono a scorgere tante torri dalla cui cima uscivano strani fumi, grigi, gialli, densi. Più si avvicinavano e più i bambini si meravigliavano delle strane cose  che si presentavano ai loro occhi.
Libero e gli altri cavalli, rallentarono la corsa, ora si trovarono a camminare al lato di una strada di ferro. Improvvisamente passò un treno, sollevando polvere e detriti.
Erano, intanto, giunti alla periferia di una grande città, piena di luci, di automobili e di strane persone che correvano e non avevano neanche il tempo di salutarsi, o fermarsi a scambiare qualche parola. I cavalli ora camminavano lentamente, Federica  stringeva forte la vita di Francesco. Erano circondati da tante macchine e non essendo abituati al troppo fumo, che usciva da esse, tossivano. C'erano sacchi di rifiuti accatastati vicino ai cassonetti dell’immondizia, dappertutto si sentiva un cattivo odore. Francesco e Federica camminavano con il naso all'insù, le case erano molto alte, con tante finestre, alcune totalmente prive di  balconi, neanche un fiore alle finestre, enormi scatole, tutte uguali, tutte grigie.
Arrivarono ad un ponte e scorsero il fiume che attraversava la città come una ferita infetta. Aveva uno strano colore, completamente diverso dal loro torrente. Camminarono ancora in cerca di un passaggio per scendere verso l'argine del fiume.
Le persone che attraversavano le strade sembrava non si accorgessero di loro. Nessun sorriso, nessun saluto. I bambini si stringevano sempre di più al loro cavallo. Si fermarono finalmente vicino al fiume dall'acqua giallastra. Notarono che anche il colore del corpo e della criniera di Libero non era più lo stesso. Era opaco e la rosa nella criniera aveva perso i suoi meravigliosi riflessi, non profumava e sembrava stesse appassendo. Libero ed alcuni dei cavalli che li avevano seguiti, si abbeverarono all'acqua gialla del fiume e, non avendo altro di cui nutrirsi,  mangiarono sassi, chiodi e lamiere che stavano sparsi lungo l'argine. A stento i bambini trovarono un posto pulito dove sedersi. Attesero la sera quasi senza parlare, la notte trascorse senza stelle, illuminata solo dal chiarore di luci fredde e disturbata dal fragore di troppe automobili che sfrecciavano sulla strada sovrastante. La mattina seguente, con grande stupore, si accorsero che i cavalli si stavano trasformando. Sembrava che una lamiera d' acciaio li stesse ricoprendo e quando le mani di Francesco tentarono di aggrapparsi alla criniera si rese conto che questa si era mutata in tante lamelle, sovrapposte ed imbullonate e i loro occhi erano  freddi, immobili, di metallo, i loro denti dei bulloni. I bambini, molto tristi cominciarono ad avere paura, ad avere nostalgia della loro casa e, piangendo, chiesero a Libero di portarli subito via da quel posto che aveva un aria che pizzicava la gola.

Tornarono indietro per ritrovare la strada della periferia. Lunghe colonne di macchine occupavano le strade, c'erano semafori ad ogni angolo, vigili con il fischietto agitavano le mani e incitavano tutti a correre, a non fermarsi.
Libero e gli altri ritrovarono,  infine, una strada per uscire da quel posto che sembrava aver fatto loro un sortilegio. Scorsero un prato, ma, per quanto tentassero di piegare i loro corpi imbullonati, i cavalli non riuscivano più a mangiare l'erba perché erano diventati d'acciaio. Anche quando camminavano erano lenti, impacciati, e facevano un rumore metallico.
Vicino al prato videro una grande pista e tante macchine sportive allineate. Stava per svolgersi una gara. I cavalli percepirono, subito, nell'aria l'odore della competizione, avvertirono un fremito, nitrirono insieme, si misero in circolo e cominciarono a muoversi nervosamente. Libero lasciò che i bambini scendessero e si unissero alle altre persone radunate per assistere alla gara.
I cavalli d'acciaio che, improvvisamente, avevano ritrovato parte della loro mobilità, raggiunsero le automobili. C'e ne erano di diverse forme e colori, ed i loro motori rombavano, impazienti di sfrecciare sul nastro d'asfalto. Libero e gli altri si allinearono su un lato della linea di partenza e quando lo starter, con un colpo di pistola in aria, dette il via alla corsa, scattarono insieme alle macchine. Più veloci dei bolidi, di lamiera e gomma, correvano verso il traguardo. I giri si susseguivano. Dieci, venti, trenta, i cavalli erano ormai in testa, la gente incredula, cominciò ad incitarli ed i piloti, dimentichi della loro competizione, cercavano soltanto di raggiungerli, aumentando sempre più la loro velocità, ma tutto era vano. Alcuni furono costretti a fermarsi perché avevano fuso il motore o avevano finito il carburante o addirittura perso dei pezzi.
Quaranta giri. La gente, sorpresa, ma completamente coinvolta in quella strana situazione, applaudiva, incitava i cavalli, sembravano tutti impazziti. Francesco e Federica, senza mai lasciarsi la mano, ma urlando anche loro, il nome di Libero, avevano cominciato a sperare di aver ritrovato i loro amici di prima. Quando tutte le macchine furono fuori gara ed i cavalli celebrati in tripudio mai visto, per la loro vittoria straordinaria, Libero, fu premiato con un’ enorme corona di alloro sul collo.  
Come se nulla fosse successo, seguito dagli altri cavalli,  prese nuovamente in groppa i bambini e corse via. Man mano che andavano avanti i prati diventavano sempre più verdi, l'erba più alta e l'aria più pulita. Francesco poté sentire e stringere nuovamente la criniera morbida e folta, di Libero, sotto le sue mani. Gli ultimi  bulloni cadevano, le armature si disfacevano, finalmente sentivano tutti di poter respirare a pieni polmoni. Tornarono ad essere cavalli senza più costrizioni, senza pesi, senza limiti. 

Nuovamente liberi, corsero per molto tempo. Passò un'altra notte ed i bambini rividero le stelle che conoscevano così bene.  Sdraiati, sul prato, con i cavalli intorno, le dita puntate contro il cielo, cercavano  le stelle , Venere, l'Orsa Maggiore e quella Minore,... Adesso ridevano felici e i ricordi del nonno tornavano alla mente ancora più vivi. In loro sarebbero rimasti scolpiti per sempre .
Le immagini si confondevano, ora erano dei campi verdi, delle distese immense di margherite e di steli alti dei cardi che pungevano il muso delle pecore brucanti. La figura immaginata del nonno ragazzo, seduto su uno sgabello a tre piedi, l’ombrello  poggiato per terra, gli occhi vigili. E ancora quel profumo di primavera, ma la fatica di ogni tappa lunga almeno 15 chilometri. Le soste vicino ai torrenti, la preparazione del formaggio. Quel pecorino dal sapore così buono tra il pane fragrante che la mamma gli preparava come merenda per la scuola, Francesco ebbe come una stretta al cuore. Tra poco avrebbero ritrovato tutto questo, suoni, profumi, sapori e affetti di casa. Attraversando nuovamente i Tratturi, riconobbero le erbe, i cespugli, che crescevano unici lungo quelle fantastiche strade. Le verdure delle semplici minestre dei pastori, e a volte anche la carne di qualche pecora vecchia o azzoppata,  messa a bollire con un  pò  di sale e cipolla.
Una mattina limpida e profumata giunsero infine al loro torrente. Tutto era rimasto come l'avevano lasciato, il pesco fiorito, l'acqua limpida e trasparente, teneri e freschi fiori gialli lungo le rive, c'era perfino la barchetta a vela inclinata su di un sasso, Francesco l'afferrò e la strinse al petto come se avesse ritrovato un tesoro. Federica saltellava allegra, felice mentre odorava e riconosceva l'aria di casa. 
Improvvisamente i cavalli cominciarono a girare in tondo, Libero nitriva e alzava il muso, ora si muovevano come su di una giostra. Andavano sempre più veloci, poi, come per incanto, spuntarono loro delle ali bianche e trasparenti e  attratti in un vortice, cominciarono a salire verso il cielo.
Volavano alti, ormai lontani dallo sguardo stupefatto dei bambini. E più salivano verso il cielo  e più si trasformavano in nuvole. Nuvole candide a forma di cavallo. Il volto dei bambini, spaventati, andava lentamente distendendosi e cadendo in ginocchio sul prato, ma senza mai togliere lo sguardo dal cielo, compresero il miracolo.

Allungarono la mano per salutare per un'ultima volta i loro amici, ma poi stringendola avvertirono un piccolo dolore. Aprendo piano il palmo vi ritrovarono la rosa fantastica della criniera di Libero, ma ora aveva delle piccole spine e queste fecero uscire alcune gocce di sangue.
Allora quel loro strano ma  fantastico viaggio non era stato solo un sogno! Un’esperienza fantastica da conservare per sempre nei loro cuori e da ricordare ogni volta che con lo sguardo avrebbero seguito il mutare delle forme di una nuvola.
Il sole stava lentamente tramontando e l'aria cominciava a diventare fresca. Francesco prese la sua barchetta, la mano di Federica ed insieme, guardando un'ultima volta il  cielo, si avviarono verso casa. Adesso anche loro avevano qualcosa da raccontare al nonno.
Quella stessa sera, con la sua solita pipa di terracotta in mano, attento al racconto e all’intrecciarsi delle emozioni dei bambini, muto e con lo sguardo sulla fiamma del camino, il nonno ebbe finalmente la certezza che nulla, proprio nulla, nella sua vita, era stato vano.     

Lucia Di Miceli - Gennaio 2007  
     

martedì 7 febbraio 2012

Lilliput

Lilli si era fermata davanti alla finestra che aveva fatto aprire, in quella precisa parte della parete, perché fosse la sua finestra sulla valle. La valle che aveva percorsa sin da bambina, verso il bosco dei suoi primi giochi in libertà.
Si fermò a guardare il panorama, come faceva quasi ogni giorno, la dolce collina, che gli indigeni chiamavano la Montagna, i campi che cambiavano colore e sagoma ad ogni coltura, le case diroccate, con le pietre e i tetti rovinati dal sole, dalla pioggia e dai venti che flagellavano la valle ed i suoi alberi.
Si soffermava sempre davanti a quella finestra, prima di uscire di casa, come se servisse a ricaricarla, a farla sentire più serena per affrontare il mondo di fuori. Mentre si lasciava andare a quella attenta osservazione di quello stesso paesaggio, che le sembrava comunque sempre diverso, Lilli rigirava tra le mani la busta della lettera che aveva appena finito di scrivere al suo amante.
Guly viveva in un’ altra città, ogni tanto gli scriveva, più spesso gli telefonava, per esprimergli tutti i suoi dubbi, le sue urgenze oggettive, le sue necessità. Era importante per lei parlare e più di ogni altra cosa, sentiva il bisogno di essere cullata dalle parole,   come una bambola tra le braccia di un bimbo, per aprire gli occhi al sorriso predisposto. Sperava, che presto potesse raggiungerla per passeggiare sulla spiaggia e la sera camminare, per la città, con le mani allacciate. Davanti a quella finestra, Lilli si lasciava andare a mille pensieri e fantasie e intanto cercava le soluzioni ai suoi problemi. 
Ogni tanto si incontravano a casa di Guly. Era un’ isola. L’isola delle loro emozioni, delle passioni più intense e mai provate. Fuori dalla porta ogni altro pensiero, ogni altro dolore, risentimento, angoscia, frustrazione. Spesso pranzavano insieme, lei adorava tutto quello che lui lei cucinava, lo aiutava e intanto  gli raccontava i suoi problemi di lavoro o sprazzi della sua vita lontana da lui. Vivevano esperienze e dolori paralleli troppo profondi e troppo inconfessabili per poterne parlare liberamente, ma che erano comunque in loro, in una parte remota della loro testa, a scavare gallerie. Così, tra le braccia di lui, Lilli entrava nell’oblio, si narcotizzava, diventava un’altra donna, un’amante perfetta. Insieme vivevano momenti ineguagliabili. Lei avrebbe avuto anche bisogno di parlare, di perdersi in discussioni improbabili, costruire castelli di carta, e vederli, reggersi in piedi, almeno una volta, insieme a lui. Ma il tempo dei loro incontri era sempre troppo breve, Lilli ne soffriva molto, aveva bisogno di quel tempo, era tutta la sua forza, la sua voglia di vivere, di impegnarsi. Le lunghe separazioni da Guly  la sfinivano.
Un filo sottile e inspiegabile, molto tempo prima, aveva intrecciato le loro vite senza che se ne rendessero conto, ma spesso quel filo si imbrogliava quando qualcosa dentro di loro si spezzava. E ci voleva poi del tempo prima che tornasse a dipanarsi.
Ora Lilli era sopraffatta da un dolore insopportabile, Guly era troppo lontano e lei si sentiva persa. Voleva fargli capire che sarebbe stata comunque e sempre sua, che nessun altro l’avrebbe mai più toccata, che sarebbe stata sempre pronta ad ascoltarlo, proprio come una vera compagna, amante, madre, amica. Così aveva deciso di scrivergli una lettera. Ma quel dolore, che ora le attanagliava il corpo e la mente, le impediva di trovare le giuste parole. Si era ricordata di un brano che aveva letto, molti anni prima, in una raccolta di lettere che  Gustave Flaubert, nell’agosto del 1846, aveva scritto alla sua amica amante Luise Colet, poetessa francese di 10 anni più vecchia di lui.
“…Mi capirai fino in fondo, sopporterai il peso della mia malinconia, le mie manie, i miei capricci, le mie depressioni ed i miei scatti di collera?…Non mi forzerai a niente ed io farò tutto. Comprendimi e non mi accusare. Se ti giudicassi sciocca o leggera ti riempirei di parole, di promesse di giuramenti. Cosa mi costerebbe? Ma preferisco restare al di sotto che al di sopra della verità del mio cuore”.
Lilli appose la firma anzi la sua iniziale, come era avvezza fare, senza farsi scrupolo che quelle frasi non fossero sue, ma esprimevano il concetto in maniera precisa. Era come cercare ed usare le parole di un vocabolario, ma in quel caso erano già messe insieme e nella maniera giusta. In quella lettera, scritta 163 anni prima, le situazioni si ripetevano, Lilli e Guly  avevano,  comunque, quella differenza di età, e l’atmosfera non le sembrava diversa e quelle erano le sole parole che lei avrebbe voluto ascoltare dal suo amante. 
Guardò ancora il panorama, quel giorno non c’era vento, un sole tiepido riscaldava l’aria. Come quella mattina di un tempo lontano, ma sempre presente, al loro porto. Era lì che si erano finalmente trovati, forse innamorati, o che insieme avevano ritrovato un po’ di senso per la loro vita tormentata dai fallimenti? Era lì che quel filo li aveva legati? Sulla banchina del porto si erano presi per mano e baciati tra lo sciacquio del mare e l'odore delle alghe morte.
Lui l’aveva chiamata amore più volte, in quegli attimi fuggevoli in cui si lasciava andare. Lilli si era domandata se era conscio di chiamarla in quel modo, se fosse un messaggio velato, una richiesta di aiuto, o una parola fra mille. Non glielo aveva mai chiesto.
Aveva ancora la busta stretta fra le mani. Quella mattina aveva toccato il fondo, per un momento aveva perso ogni speranza e, come mai, ogni forza. Si era lasciata andare in un tunnel buio e viscido, era precipitata per un tempo infinito. Poi le parole di lui le avevano fatto trovare un appiglio, fragile, piccolo, ma pur sempre un brandello di salvezza. Si ricordò di quando era stata in coma, camminava in un luogo indefinibile e buio ai cui lati si affollavano figure indescrivibili, orrende e saettanti, nessuna speranza di trovare un volto amico, nessuna luce all’orizzonte. Poi il nulla assoluto, il proprio corpo abbandonato. E improvvisamente un lontano ricordo di piccoli occhi castani, cresciuti dentro di lei. Era bastato per farla risvegliare.
Anche adesso non era più tempo di lasciarsi andare, era tempo di ricominciare ad affrontare la vita. Era importante scrivere quella lettera, era importante che il suo amante non perdesse la fiducia in lei, ma poi perché avrebbe dovuto? Non era proprio con lui, che per la prima volta nella sua vita, era riuscita a parlare delle sofferenze, delle debolezze, delle schiavitù che provava e subiva?
E Guly? Non era proprio a lei, che intensamente desiderava e contemporaneamente respingeva, che aveva raccontato i suoi tormenti?
Doveva imbucare la lettera, si avviò verso la posta. La cassetta rossa era lì davanti a lei, infilò la mano, ma tentennò, come se non volesse lasciarla andare. Forse perché sapeva che quelle parole non erano sue, e non era più sicura che la sua relazione fosse un dato di fatto. Ma allora a cosa era servito perdersi, se non per tornare a lottare? Ora la sua storia con Guly sembrava piuttosto una particella di utopia, misteriosamente ingabbiata in un vaso di cristallo. Ogni tanto era concesso togliere il tappo a chiusura stagna ed aspirarne il profumo. Una specie di droga mentale che faceva vivere ad entrambi momenti di estasi, mentre l’orologio del tempo continuava a battere, imperturbabile, e la gente intorno a loro continuava a muoversi a fare passi in avanti, al ritmo di una musica indecifrabile e assordante.
Imbucò la lettera. Chi avesse potuto vedere la busta avrebbe letto come unico indirizzo un nome: Guly.
Non vi si faceva menzione di strade, né di città, ma Lilli si sentì sollevata e pensò: “forse domani basterà prendersi per mano”.  

venerdì 11 novembre 2011

Il Mio NOIR


PROFUMO DI SPEZIE
Sono le due passate quando riesco a smettere di lavorare. Torno finalmente a casa, scivolando sul nastro nero della strada, che percorro ogni notte invariabilmente, e trovo il mio uomo, insolitamente sveglio. Col suo tipico sguardo cupo mi guarda, mi saluta con un breve cenno del capo, si alza dal divano, e si trascina al computer per spegnerlo, si versa l'ultimo goccio di un vino rosso e va a letto. Dal bagno, nel quale mi sono chiusa, appena arrivata, ho seguito ogni suo movimento. Faccio in fretta, ho voglia di mettermi a letto, sono esausta , ma so già che non dormirò. Come ogni notte. Mi infilo nel letto freddo, sento il suo respiro regolare, già dorme.
L’intesa fisica tra noi due, è l'unica cosa che non si è mai affievolita, è una passione che scava e ci consuma da anni, i nostri corpi si uniscono con violenta delicatezza, mescoliamo desideri, respiri ed odori e ci accogliamo fino a impregnarci completamente l’uno dell’altro.
La sua rigida integrità e il suo sottile cinismo sono proprio ciò che avrei voluto assolutamente evitare in un uomo, perché io sono tutta passione e spontaneità, lui razionalità e testa. Ho provato a stare senza di lui ma non ci sono mai riuscita, è un cordone ombelicale che non riesco a recidere. Per stargli accanto ho smussato eccessi e fragilità, ho placato fantasia e curiosità sempre in frenetico movimento.
Sono ormai le 04,00, lui dorme, le sue ansie e la sua energia sono assorbite dal sonno, ha i lineamenti distesi e più delicati, nonostante tutto mi fa tenerezza, lo bacio, mi bacia, con gli occhi chiusi il suo braccio pesa sul mio fianco.  Non riesco ad addormentarmi, ho cambiato mille posizioni, il sonno mi accoglie che è quasi l’alba.
Il mattino seguente una forte pesantezza alla testa mi impedisce di aprire gli occhi ed un suono troppo violento mi catapulta nel bagliore del giorno.
- Giulia, devi fare gli ordini, se non ti sbrighi non avrai i prodotti per il fine settimana - urla una voce dalle scale. Scale? Quali scale ? Non ci sono scale a casa mia e nessuno ha quella voce.
Mi siedo di scatto sul letto, il mal di testa è insopportabile, mi guardo intorno. Dove sono? La stanza è tutta bianca, il pavimento di marmo è bianco, i mobili sono bianchi, le tende sono bianche. Non ho la più pallida idea di dove possa trovarmi…
Rallento i pensieri mentre strati di panico e ansia si agitano e alternano nel mio stomaco contratto.
Mi alzo, il pavimento è gelido, giunge il rumore del traffico della strada, tutto sembra essere reale.
Scendo le scale, irrigidita dalla paura e mi accorgo di avere indosso una sottoveste di seta bianca mai posseduta e tanto meno indossata.
La cucina è molto grande, anche qui tutto è bianco, c’è un grande tavolo di granito nel centro, identico a quello che aveva mia nonna. Esco e mi dirigo verso una porta a vetri, la apro e mi trovo in una sala con un camino in acciaio che troneggia proprio al centro dell'ambiente e di fronte un grande divano ad “elle”, bianco.
Tutto quel bianco mi abbaglia. E’ un sogno, non può essere altro! Torno in cucina.
- Questa notte non hai chiuso occhio - mi dice la voce che mi ha svegliata. Mi giro di scatto e uno sconosciuto mi porge una tazza di caffè. Io bevo caffè? E da quando? E' impossibile! Per un attimo mi rassicuro, sto proprio sognando. Eppure, quasi con soggezione, prendo la tazzina e la porto alle labbra.
E’ un uomo di media altezza, sui quarant’anni, capelli castani, leggermente brizzolati, grigi occhi di ghiaccio e bocca sottile. Un bell’uomo ma di una bellezza statica, priva di espressione, non certo il mio tipo ideale.
La paura mi pervade, non riesco più a contenerla, la sento uscire a fiotti dal mio essere, prende forma, mi si modella addosso.
In preda al panico con un filo di voce riesco ad articolare una frase - Non sto bene – sussurro, ma almeno la mia voce è quella di sempre, anche l’odore della mia pelle è lo stesso, mi guardo le mani, mi tocco i capelli, sono io.
- Chiamo il medico – mi dice mentre si avvicina, odora di dentifricio ed emana una forte profumo di spezie.
- No…non è il caso...- ribatto prontamente con quel poco di logica che mi è rimasta.
- Va bene, come vuoi, ma se più tardi non ti senti ancora bene chiamalo - Faccio un cenno di assenso con il capo.
La voce, che prima non aveva sfumature, adesso si fa grave, aumenta di tono e mi mette a disagio, se mai ce ne fosse bisogno.
Prima di allontanarsi mio “marito” (?) mi bacia, sento la sua lingua indugiare e poi addentrarsi, sa di dentifricio e persiste quel forte profumo di spezie varie.
Non ho mai sopportato odori così intensi. Le sue mani salgono e scendono sui miei fianchi, scostano la sottoveste di raso, indugiano sulla pelle nuda ma non vanno oltre. Un ultimo bacio, più frettoloso, e l’uomo con gli occhi di ghiaccio esce dalla stanza.
Questa scena da pubblicità da famiglia perfetta è molto appagante, la casa sembra copiata da una patinata rivista di arredamento...Ma come si esce dal gioco? Come ci si sveglia?
Suona il telefono e dopo qualche squillo si aziona la segreteria telefonica: Francesco e Giulia in questo momento non possono rispondere, lasciate un messaggio dopo il beep e sarete richiamati... Francesco? Questo uomo, si chiama Francesco? Al telefono non hanno lasciato messaggi, un freddo “clik” mi preclude un qualsiasi contatto. Decido di esplorare il resto della casa. Entro titubante nelle altre stanze, sala da pranzo, studio, stanza per gli ospiti. Sono tutte senza colori, odori, foto, ricordi. L’ordine è maniacale, tutto è privo di vita, di anima, non c'è nulla fuori posto, abbiamo una persona che ci aiuta per i lavori domestici? arriverà a breve? mi sveglierà e tutto sarà finito?
E’ talmente paradossale che non riesco neppure a tentare di capire, procedo senza resistenza verso qualcosa di totalmente sconosciuto, non vado incontro alle cose, sono le cose che mi vengono incontro.
Vado in bagno decisa a fare una doccia che, però, non lava via l’incubo... Ritorno in camera da letto lasciando impronte bagnate sul marmo, avevo il marmo nella mia prima casa da sposata, ma in quale vita? Apro armadi e cassetti per cercare qualcosa da mettermi e finalmente uscire, forse, anche dal sogno. Tra i tanti abiti appesi ordinatamente nell'armadio, e decisamente lontani dal mio stile, trovo una semplice gonna nera e un pullover color malva, che non avrei mai comprato. Mi guardo intorno. La cassettiera bianca mi attira, apro titubante il primo cassetto. Cerco qualcosa che non so bene sempre tentando di trovare un indizio e le mie dita, sotto un indumento di seta sentono qualcosa di freddo…afferro l'oggetto... è una pistola! Sto per urlare ma sento il portoncino di casa aprirsi e l'eco di risate.
- Amore, la riunione è saltata. Sono passato a vedere come stai.- Sento la sua voce giungere dal piano inferiore. Sono paralizzata.
Ecco che sale le scale velocemente, sento ancora quel forte odore di spezie, rimetto velocemente la pistola nel cassetto e rimango, impietrita, nella stessa posizione.
- Come stai? - si avvicina e mi bacia una spalla con labbra aride, che non tradiscono emozione.
- Meglio... - rispondo prontamente per mascherare la paura.
- Non direi Giulia, sei bianchissima e tremi tutta - l’uomo, serio, mi sfida con lo sguardo, osserva le mie reazioni, ha un’espressione che inquieta.
- In effetti - dico deglutendo – ho deciso di andare dal medico, stavo proprio per uscire...-
L’uomo mi attira a sé con forza e mi stringe i fianchi, con il palmo della mano ben aperta mi prende il volto. Allo stremo delle mie forze scoppio in un pianto disperato.
- Fai attenzione Giulia…fai molta attenzione...- mi alita nell’orecchio - ...Ora ti rifai il trucco, sorridi e prepari la colazione per i miei amici e, soprattutto non voglio scene da vittima - Giulia, resisti, mi dico, mentre mi asciugo le lacrime con le mani.
Il suo profumo mi fa vomitare, ho improvvisamente un moto di rabbia, sono tentata di sputargli in faccia e colpirlo, ma, quell'umo, coglie il lampo nel mio sguardo e mi blocca i polsi.
Le gambe non mi sorreggono più, tremo, mentre preparo il caffè. Nella sala echeggiano voci e risate di uomini in gessato e donne in tailleur, che ho appena intravisto. Dopo colazione tutti si dirigono nello studio di Francesco.
Mentre sono ancora in cucina, mi si avvicina un uomo completamente calvo, ha gli occhi buoni e un bel sorriso, evidentemente mi conosce perché mi stringe furtivamente la mano.
- I documenti sono già nelle mani della polizia. Hai avuto coraggio a denunciare lui e il suo giro, senza di te non ce l’avremmo mai fatta - dice posandomi delicatamente una mano sulla spalla - è quasi finita Giulia, è quasi finita!Grazie cara...-
Una voce di donna lo chiamano dallo studio. Tra lo stordimento di questa nuova emozione, capisco che il suo nome è Antonio.
Quando finalmente rimango nuovamente sola, scendo giù per le scale per scappare ma il portoncino è chiuso e non ci sono  chiavi. Frugo dappertutto, ma niente, sono prigioniera...Sfinita risalgo le scale mi siedo in cucina e rimango ferma, come impietrita, per un tempo che a me sembra interminabile. Fisso il vuoto, non provo più neppure a capire. Aspetto solo di svegliarmi ma non succede niente, l’incubo mi tiene stretta.
Squilla il telefono, non controllo più i nervi, mi alzo di scatto e timorosa mi avvicino all’apparecchio, ma troppo tardi perché è già partita la segreteria.
- Giulia, devi lasciare subito quella casa....scappa, ora....Giulia non è andata bene... Giulia scappa... - E’ la voce di Antonio! E' tagliata dal terrore, sento un urlo lacerante e poi uno sparo. Mi precipito a rispondere ma qualcuno ha già riattaccato. Quel qualcuno che sta per venire da me...
Corro in camera da letto per prendere la pistola, rovisto, butto all’aria il cassetto ma la pistola non c’è più. Chiudo gli occhi, deglutisco tutta la mia disperazione, il cuore è impazzito, la paura mi lacera.
Sento aprire ancora il portoncino, corro in bagno a nascondermi. Mi lavo la faccia, mi guardo allo specchio, sono proprio io, ho gli occhi lucidi, lo sguardo folle, il volto scolpito dalla paura, ma sono io.Purtroppo. Mi stringo forte nel pullover color malva di chissà chi, mi cullo, mi passo disperatamente le mani tra i capelli e nuovamente piango. Mi lascio scivolare sul pavimento e con la testa stretta tra le ginocchia aspetto...
Costringo la mia mente a pensare ad un piano per salvarmi ma non riesco a ragionare, prevale l’istinto. Dopo un tempo che non so quantificare non sento più rumori in casa. Apro titubante la porta del bagno, ancora silenzio... Mi precipito giù per le scale, il cuore e la mente stanno per esplodere, arrivo alla porta e…non si apre, torno in cucina e prendo un coltello....sento il profumo di spezie... mi afferra alle spalle e mi blocca alla gola. Riesco a malapena a girare la testa e a guardarlo negli occhi, la sua fredda follia mi trapassa con lo sguardo di ghiaccio. Tento di divincolarmi ma la fredda canna della pistola preme sulla mia tempia, il grilletto sta per scattare. Urlo.
Da quell’urlo animale sembra uscire tutto il mio essere.
- Laura…calmati... Laura!
Mi ritrovo stretta tra le sue braccia, non riesco a smettere di gridare e agitarmi. Guardo il mio uomo, gli tocco la faccia, lo stringo, lo odoro, affondo in lui fino a calmarmi. Soprattutto lo riconosco.
- E’ stato un brutto sogno - , dice con una dolcezza che non gli appartiene, ma che apprezzo infinitamente.
Mi alzo molto più tardi, con calma, anche se so di avere mille cose da fare.
Ho ancora sulla pelle tracce di quel brutto incubo, sono frastornata e indebolita, ovattata tra sogno e realtà.
- Stasera ho invitato degli amici per un dopo cena, metti qualche bottiglia in fresco -
Ha indossato la giacca ed esagerato con il gel. E' agitato e non lo nasconde, non gli interessa mostrarmi le sue fragilità, tanto hanno sempre la meglio sulle mie. Mentre sistema nervosamente i documenti nella borsa, decido di riordinargli lo studio con i manuali sulle piante e le riviste di scienza, sparsi dappertutto. Apprezzo quel piacevole, vivo disordine.
- Se va tutto bene andiamo via per il fine settimana " mi dice sfiorandomi l’orecchio. Finalmente mi rilasso e penso con un minimo di attenzione alle telefonate che dovrò fare. Sono esausta e decido di concedermi un po' di relax sul divano blu, prima di affrontare la giornata.
Dopo qualche istante suonano alla porta. Apro con noncuranza, penso già al mio viaggio, ma un profumo di spezie mi colpisce come uno schiaffo.
Vedo solo i suoi occhi di ghiaccio.
Lucia Di Miceli 2009