martedì 6 dicembre 2011

Sul Lago dorato

Mark Ridell
1981

Katharine Hepburn e Henry Fonda 

 

"Ora ascoltami bene, Sei il mio possente cavaliere 

con la scintillante armatura, 

non dimenticarlo. 

Siederai baldo in sella al tuo cavallo 

e io siederó dietro di te, aggrapatta a te, e poi via, 

avanti ancora e ancora e ancora..."



dedicato ad un uomo che non ama i cavalli.....

lunedì 5 dicembre 2011

Oggi

Oggi 
ti donerò
tutto di me
il mio abbraccio 
appassionato
il mio bacio 
desiderato
La mia dolcezza 
ritrovata
La mia forza 
disperata
Il mio cuore 
traboccante
La mia risata 
felice
E tu 
mi lascerai possedere
ciò che batte
oltre i tuoi occhi

Alda

così ho aspettato che tu rinverdissi 
e che da erba diventassi un altare
ma come tutti gli altari ti sei fatto pietra
Alda Merini

Edward Hopper

 1882-1967






Il Gattopardo

1957 Il Romanzo
Giuseppe Tomasi di Lampedusa 
Palermo 1986 - Roma 1957  
ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, 
cui piaceva di più stare con le cose che con le persone


1963 Il Film
Luchino Visconti
Milano 1906 - Roma 1976

1963


Mio padre ed io al Cinema Europa in Corso Italia a Roma,  

una domenica pomeriggio




Kim

Joseph Rudyard Kipling Bombay 1865 - Londra 1936


Alice nel Paese delle Meraviglie


Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson 
Daresbury 1832 - Guilford 1898   
scrittore, fotografo e matematico 


 la prima edizione del libro pubblicata ne1865
con le illustrazioni di
John Tenniel

 Alice
 Il Cappellaio Matto
 Il Coniglio Bianco
 Il Bucaliffo
 Dodo
 La Regina di Cuori

 Il Gatto Cheshire




Per vivere liberi bisogna sentirsi  liberi
Lucia


Matrix

Fratelli Wachowski 1999

 





Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po' come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio.
Neo: L'esempio calza.
Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
Neo: No.
Morpheus: Perché no?
Neo: Perché non piace l'idea di non poter gestire la mia vita.
Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c'è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando...
Neo: Di Matrix.
Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.
Neo: Quale verità?
Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.

The Big Kahuna

...questa volta...
 
 


John Swanbeck
1999



Larry Mann: Kevin Spacey
Phil Cooper: Danny De Vito
Bob Walker: Peter Farcinelli
 

domenica 4 dicembre 2011

Aldo Moro


Maglie 1916



     


                            
  





Roma 9 MAGGIO 1978

Il Vajont

9 ottobre 1963













Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia). La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione. 
La stima più attendibile è, a tutt'oggi, di 1910 vittime.    Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. 
Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. 
Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti.La zona in cui si è verificato l'evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere.




TESTIMONIANZA DEL CARABINIERE VINCENZO CAMPISI SUL VAJONT*
“…La sera del 9 ottobre 1963, ricordo che ero andato a vedere un film al Comunale. Sono uscito alle 22,15 e mi sono avviato velocemente verso la caserma dei Carabinieri, che allora si trovava al n¡ 62 di via Mezzaterra.
All'epoca la ritirata era alle ore 22,30. Ritardare voleva dire prendere una punizione. Entrato in caserma, andai direttamente nella mia camera che in quel momento occupavo soltanto io, anche se di solito ci dormivamo in quattro. Pensai di spedire una lettera ai miei genitori; così presi carta e penna ed iniziai a scrivere. Poco (lopo sentii bussare alla porta. Era un mio collega che mi avvertiva che, per ordine del comandante della stazione, il personale libero doveva subito indossare l'uniforme kaki con cinturone e spallaccio, radunandosi poi nel cortile, in quanto era successo qualcosa di grave e si doveva partire. Cambiatomi in fretta, andai nel cortile della caserma, dove trovai altri colleghi. Tutti ci chiedevamo cosa fosse successo, ma nessuno sapeva niente. 
Verso le ore 23,30 salimmo su un pulmino, il piantone ci aprì la porta carraia e ci fece uscire. Durante il tragitto guardavo attorno di tanto in tanto per vedere in quale direzione andassimo, ma non riuscivo ad orientarmi, anche perché ero stato trasferito a Belluno da poco tempo. Dopo circa 15 minuti, il pulmino si fermò sul lato destro della carreggiata e ci fecero scendere. Vidi il brig. Lorenzi, I'app. Iorio, il carabiniere Petrone, ed altri ancora. Sentivo un odore di legno fresco, e così chiesi ad un collega da dove venisse quell'odore. Mi rispose che là vicino c'era la fabbrica della Faesite, e che eravamo sulla statale Alemagna che va verso Longarone, un nome che avevo già sentito, ma che non mi diceva niente perché non c'ero mai stato. Arrivarono altre macchine: polizia, finanza, alpini, vigili del fuoco. Il brig. Lorenzi venne da noi dopo aver parlato col commissario, e ci raccontò che un pezzo di montagna, staccatosi dal monte Toc, era caduto nel bacino della diga di Longarone.
L'acqua era fuoriuscita, distruggendo il paese e causando molte vittime. Dovevamo quindi andare là e cercare di soccorrere chi ne aveva bisogno. Il brigadiere ci disse di seguirlo e ci avviammo a piedi verso Longarone.
Fatte poche centinaia di metri i miei occhi videro cose mai viste prima: macchine capovolte, animali morti gonfi con le zampe all'aria, tronchi d'albero e mobili coperti di fango. Più si andava avanti e più il disastro appariva terrificante. Si vedevano cadaveri dappertutto, e oggetti di ogni tipo sommersi nel fango. Col chiaro di luna e con le torce in dotazione cercavamo di vedere se c'era qualcuno che aveva bisogno d'aiuto. 
Arrivammo in un punto dove c'erano sulla statale le rotaie contorte della ferrovia che passava là vicino. Ci dividemmo in gruppi. Io e il collega Petrone ci avviammo verso una casa che si trovava vicino ad un campanile diroccato, e che era rimasta miracolosamente in piedi. La casa al pianterreno era stata sventrata ed era piena d'acqua e di fango. Salimmo al piano superiore e trovammo in una stanza una signora anziana, una ragazza e un bambino. Piangevano tutti, ed erano terrorizzati e infreddoliti. Non avevano nemmeno la forza di parlare. Quando ci videro si fecero coraggio e ci chiesero se c'era stato il terremoto. Dicevano di aver sentito un forte boato; la luce se n'era andata e poi il silenzio. Raccontammo l'accaduto dicendo loro di tranquillizzarsi e promettendo di tornare il mattino dopo. Li salutammo ed uscimmo, continuando a camminare. 
Si vedevano case rase al suolo. Famiglie intere giacevano nel letto pieno di fango, foglie ed altri materiali. Notammo, guardandoci intorno, che ormai eravamo in tanti impegnati nelle ricerche. Ad un certo punto sentimmo dei lamenti, ma non capivamo da dove venissero. All'improvviso qualcuno gridò: "Qui, qui!". Accorremmo e vedemmo solo una mano che spuntava dal terreno. Incominciammo a scavare con le mani, poi arrivarono alcuni pompieri con delle pale e si cominciò a scavare delicatamente tutt'intorno, per non fare del male a chi giaceva là sotto. Dopo mezz'ora riuscimmo finalmente a portare alla luce una ragazza di circa sedici anni. Era viva, ma tutta gonfia e sfigurata. Un sottotenente medico le fece una puntura, I'avvolse con una coperta e la portò subito via. Per tutti noi fu un momento di commozione e di gioia. Continuammo a cercare, ma inutilmente: sembrava un deserto. Cercammo la caserma dei Carabinieri, ma anch'essa era scomparsa.
L'indomani scoprimmo che erano morti tutti. Solo due carabinieri si erano salvati, perché si trovavano in perlustrazione a Codissago…
 *Intervento scritto nel giugno 1995.

Pablo Neruda


















Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.
Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.
Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.
Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.
Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.
Pablo Neruda

Umberto Saba

Trieste 1883 - Gorizia 1957



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Trieste
 
(da Trieste e una donna, 1910-12)
 
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
 
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
 

Città vecchia
 
(da Trieste e una donna, 1910-12)
 
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
 
Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito
nell'umiltà.
 
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.
 
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
 

Dopo la tristezza
 
(da Trieste e una donna, 1910-12)
 
Questo pane ha il sapore d'un ricordo,
mangiato in questa povera osteria,
dov'è più abbandonato e ingombro il porto.
 
E della birra mi godo l'amaro,
seduto del ritorno a mezza via,
in faccia ai monti annuvolati e al faro.
 
L'anima mia che una sua pena ha vinta,
con occhi nuovi nell'antica sera
guarda una pilota con la moglie incinta;
 
e un bastimento, di che il vecchio legno
luccica al sole, e con la ciminiera
lunga quanto i due alberi, è un disegno
 
fanciullesco, che ho fatto or son vent'anni.
E chi mi avrebbe detto la mia vita
così bella, con tanti dolci affanni,
 
e tanta beatitudine romita!
 
Umberto Saba



A Pà

Francesco De Gregori omaggio a Pier Paolo Pasolini


John Fante

  Denver 1909 - Woodland Hilla 1983


Non vi è nulla di sicuro.
Viviamo i giorni nuotando in un mare immenso. 
Nessuno può sapere quale nave incontrerà, 
in quale porto si separerà.