martedì 27 marzo 2012

La morte di Ermengarda





















Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme,e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia ,col tremolo
sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto:unanime
s’innalza una preghiera:
calata in su la gelida
fronte, una man leggiera
sulla pupilla cerula
stende l’estremo vel.
Sgombra ,o gentil, dall’ansia
mente i terrestri ardori;
leva all’Eterno un candido
pensier d’offerta, e muori:
fuor della vita è il termine
del lungo tuo martir.
Tal della mesta,immobile
era quaggiuso il fato:
sempre un obblio di chiedere
che le saria negato;
e al Dio de’ santi ascendere,
santa del tuo patir.
Ahi!nelle insonni tenebre,
pei claustri solitari,
tra il canto delle vergini,
ai supplicati altari,
sempre al pensier tornavano
gl’irrevocati dì;
quando ancor cara, improvida
d’un avvenir mal fido,
ebbra spirò le vivide
aure del Franco lido,
e tra le nuore Saliche
invidiata uscì:
quando da un poggio aereo,
il biondo crin gemmata,
vedea nel pian discorrere
la caccia affaccendata,
e sulle sciolte redini
chino il chiomato sir;
e dietro a lui la furia
de’ corridor fumanti;
e lo sbandarsi,e il rapido
redir dei veltri ansanti
e dai tentati triboli
l’irto cinghiale uscir;
e la battuta polvere
rigar di sange,colto
dal regio stral:la tenera
alle donzelle il volto
volgea repente,pallida
d’amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidi
lavacri d’Aquisgrano!
ove, deposta l’orrida
maglia,il guerrier sovrano
scendea del campo a tergere
il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
dell’erba inaridita,
fresca negli arsi calami
fa rifluir la vita,
che verdi ancor risorgono
nel temperato albor;
tale al pensier,cui l’empia
virtùd’amor fatica,
discende il refrigerio
d’una parola amica,
e il cor diverte ai placidi
gaudii di un altro amor.
Ma come il sol che reduce
l’erta infocata ascende,
e con la vampa assidua
l’immobil aura incende,
risorti appena i gracili
steli riarde al suol;
ratto così dal tenue
obblio torna immortale
l’amor sopito, e l’anima
impaurita assale,
e le sviate immagini
richiama al noto duol.
Sgombra,o gentil,dall’ansia
mente i terrestri ardori;
leva all’Eterno un candido
pensier d’offerta, e muori:
nel suol che dee la tenera
tua spoglia ricoprir,
altre infelici dormono,
che il duol consunse;orbate
spose dal brando, e vergini
indarno fidanzate;
madri che i nati videro
trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
si ricomponga in pace;
com’era allor che improvida
d’un avvenir fallace,
lievi pensier virginei
solo piangea. Così
dalle squarciate nuvole
si svolge il sol cadente,
e, dietro il monte,imporpora
il trepido occidente:
al pio colono augurio
di più sereno dì.

Alessandro Manzoni 
Adelchi coro atto IV
1820/1822

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